RIBOLLA

 UNA VOLTA ERA UN VILLAGGIO MINERARIO


LA MINIERA

scritto da Erino Pippi.  

     Il carbone estratto dalla Miniera di Ribolla, era classificato come lignite picea di buona qualità, la migliore estratta in Italia, con le sue 5.000 calorie, molto richiesto durante la guerra e fino alla fine degli anni quaranta.
     I pozzi erano profondi più di trecento metri e scendevano fino al punto più basso dove la lignite, il carbone, veniva accumulata a mezzo dei " fornelli ", sorta di botole che da una galleria del livello superiore scaricavano il carbone nella galleria del livello immediatamente inferiore e così via fino al punto di raccolta.
     Nel sottosuolo le gallerie si estendevano, intrecciandosi tra di loro, per una lunghezza di oltre 30 chilometri, formando un vero e proprio paese sotterraneo, con strade, incroci, magazzini, via vai di persone e fuggi fuggi di animali: topi e scarafaggi. Era un vero e proprio labirinto dove, soltanto chi conosceva i percorsi, poteva orientarsi per uscire.
     Lavorare sottoterra, alla profondità di trecento metri, in gallerie sature di polvere del carbone con temperature di 35 / 40 °, esposti a frequenti infortuni, spesso mortali, a causa delle frane, dentro nuvole di grisou, il micidiale gas che esplode a contatto con una semplice scintilla, significa fare cose vicino all'impossibile. E dovevano anche difendersi dalla silicosi, la malattia professionale dovuta alla respirazione di polvere di silice, che spesso si accompagnava alla Tbc.
     Quello dei minatori era considerato l'ultimo pane, - un lavoro da schiavi!- Si diceva.
Il carbone veniva raccolto alla testa della galleria, detto " avanzamento ", poi veniva caricato sui vagoncini che erano spinti a mano, oppure trainati da asini o muli fino al piede del pozzo e da qui portato in superficie con l'argano che faceva scorrere la "gabbia " ( il montacarichi ) nel buco nero del pozzo. Una volta all'esterno, il carbone, veniva fatto salire, a mezzo di un nastro trasportatore, alla sommità della "Cernita",
il grande capannone sopraelevato ( la struttura è ancora esistente ) dove si sceglieva il carbone, separandolo dai sassi e dai detriti, per essere poi caricato sui vagoni della ferrovia, anch'essa di proprietà della Soc. Montecatini, con destinazione Piombino, per alimentare gli altiforni delle Acciaierie e la centrale termoelettrica, oppure caricato su navi destinazione i porti del Nord dove erano le grandi fabbriche.
     Lungo il nastro trasportatore della cernita lavoravano una ventina di donne, distribuite sui due lati, con il compito di scartare tutto ciò che carbone non era.
Se ne raccontano di storie di biglietti d'amore inviati, fra il carbone, da qualche giovane minatore alla sua bella promessa o desiderata fidanzata, non tutti però andavano a segno e, finendo in mani sbagliate, davano adito a scherzi o maldicenze da far ridere, spesso di cattivo gusto.

     Quello che invece andava a segno era il " troppolo " un pezzo di legno, segato su misura, adatto per essere bruciato nella stufa domestica, che i minatori mischiavano furtivamente insieme al carbone. Le donne facevano a gara per accaparrarsene il più possibile, perché la legna per riscaldarsi e cucinare scarseggiava ed era costosissima, quasi impossibile da comprare per le tasche di un minatore ed il carbone della miniera non era combustibile per usi domestici.
     Una volta raccolta una sacca ( una piccola balla ) di questa legna sorgeva il problema di portarla a casa, perché era severamente vietato appropriarsi della legna o del carbone che erano, come sappiamo, di proprietà della Soc. Mineraria.
     Chi veniva trovato in possesso del troppolo veniva immediatamente licenziato!
Per queste donne era quindi difficile portare a casa la legna senza farsi scoprire dalle numerose guardie della miniera, che stazionavano fuori dai cantieri all'uscita di ogni turno. Per potervi riuscire erano in uso due sistemi:
     - il primo, quello di nascondere la sacca e andarla a recuperare a notte fonda.
     - il secondo, aver corrotto in anticipo una guardia che chiudeva volentieri un occhio per metà del contenuto, o qualcos'altro…

     La vita nel villaggio era difficile, aspra, avvelenata anche da un clima politico esasperato dai conflitti continui tra i minatori e la Società Montecatini.
La svolta politica del ' 48 con la vittoria della Democrazia Cristiana nelle elezioni del 18 Aprile aveva portato una ventata di repressione. Iniziò la stagione della guerra fredda, l'offensiva padronale riprese a tutto campo.
     Tutto peggiorò all'inizio degli anni cinquanta, quando l'estrazione della lignite, il carbone di Ribolla, subì la concorrenza di quello estero.
Il piano Marshall aveva aperto le porte ai grandi quantitativi di carbone americano e dei paesi dell'Est che era migliore per calorie e costava meno. Iniziava l'era del petrolio ed il futuro della Miniera era inevitabilmente segnato.
     La Società Montecatini cominciò a fare progetti per ridimensionare la produzione di carbone, preannunciando i primi licenziamenti, perché la miniera, secondo i calcoli degli azionisti, era diventata antieconomica.
     Cominciarono gli scioperi contro i licenziamenti nonché per migliori condizioni di lavoro e di salario. Chi scioperava però imponeva sacrifici a se stesso e la propria famiglia. Chi non scioperava, i crumiri, erano considerati traditori e non potevano più liberamente circolare per il villaggio se non nei posti o nei locali presidiati dalle guardie della Società.

     Motivo di grandi e infiniti contrasti, era la parte del salario legata al "cottimo".
Il cottimo permetteva ai minatori di guadagnare di più. Veniva calcolato in base a delle tabelle "concordate" con la Direzione della Mineraria: oltre al normale lavoro, chiamato "norma", che poi non era proprio normale essendo spinto al massimo dello sfruttamento, scattava il cottimo. Chi entrava in questo campo di applicazione, riceveva in premio una aggiunta di salario chiamato appunto cottimo. 
     Si creavano squadre o gruppi di minatori, chiamate compagnie, discriminando forti dai deboli, bravi dai meno abili. Chi aveva più prestanza fisica guadagnava di più a scapito dei deboli che non raggiungevano i minimi di lavoro e che venivano, di volta in volta, elevati sulla base della produttività dei migliori cottimisti. 
     Era una gara al massacro: i minimi per avere il diritto al cottimo venivano continuamente aggiornati a vantaggio della Società Mineraria ed anche i cottimisti dovevano rincorrere i propri risultati. Se una compagnia estraeva un quantitativo inferiore alla "norma", che consentiva la paga normale senza cottimo, veniva multata.
     Gli infortuni erano numerosissimi proprio perché, a causa di questo massacrante metodo di lavoro, non c'era il tempo necessario per rispettare le più elementari norme antinfortunistiche.
     Il capitolo cottimo era fonte di forti attriti tra il Sindacato Minatori e la Società Montecatini. Le proteste indirizzate al Distretto Minerario, organo governativo di garanzia, rimanevano puntualmente senza risposta, essendo anche questo un organismo schierato sempre dalla parte padronale.
     Nel villaggio la vita scorreva intensamente, fra i problemi della Miniera e quelli dei suoi abitanti che non trovavano mai un punto d'incontro, perché la Società pensava solo al massimo profitto e le organizzazioni sindacali erano, forse, troppo politicizzate per saper affrontare i problemi dei minatori e risolverli dal basso: giusto o meno si scioperava anche per un nonnulla.
     I Minatori erano tutti iscritti al sindacato, molti militavano nei partiti politici di sinistra ed erano ben consapevoli dei loro diritti. Quando si paventò il pericolo della chiusura della miniera, fecero fronte comune contro la Società Mineraria perché perdere il lavoro, anche se pericoloso come quello dei minatori, significava, per tutti, portare alla miseria le proprie famiglie.
    - Abbiamo salvato la Miniera dai tedeschi, che volevano allagarla, figuriamoci se lo lasciamo fare ai padroni della Società Montecatini -, dicevano. Ed era vero.

     Durante il passaggio del fronte, i tedeschi reclutarono alcuni minatori fascisti, perché volevano distruggere la miniera, per non lasciarla produttiva agli alleati angloamericani, che erano già arrivati a Roma.
- Uberschwemmen, uberschwemmen. (Allagare, allagare) - ordinavano i Tedeschi.
     Un gruppo di minatori, allora alla macchia nelle Brigate Partigiane, che vigilavano dalle colline sulla "loro miniera" venuti a conoscenza della sciagurata proposta dei tedeschi, nottetempo chiusero tutte le bocche dei pozzi, bloccandole con le gabbie, attraversate da grossi travi di ferro e portando via alcuni pezzi indispensabili per far funzionare gli argani, rendendo così impossibile scendere in miniera per danneggiare le
conduttore dell'acqua ed allagare così le gallerie.
     La Miniera stette chiusa una ventina di giorni, il tempo che i tedeschi si ritirassero sul fronte di Firenze. I pezzi degli argani ritornarono al loro posto, vennero tolti le travi di ferro e le gabbie ritornarono a scendere nel pozzo.
La Miniera era salva !

     E ora, a distanza di qualche anno, ci voleva provare la Società Montecatini a chiuderla, perché non guadagnava più come prima.
- Se ci restituiscono tutti i profitti degli anni passati - dicevano i sindacati - ci sarà il lavoro almeno per altri cento anni.
     E questa era la Miniera di Ribolla, fonte di lavoro e di vita, ma anche di ingiustizie e di tribolazioni infinite.


Indietro