AZIONE COMUNISTA n°40

15 novembre 1958

 

IL PROCESSO DOPO QUATTRO ANNI E MEZZO DALLA SCIAGURA

A RIBOLLA 43 MINATORI MORIRONO

  I giornali – non esclusa e non ultima «l’Unità» - di queste ultime settimane sono stati pieni zeppi di notizie e di fotografie sul pontefice morto, sui cardinali moribondi, sul Papa nuovo, ecc.; poco spazio restava e resta quindi da dedicare a un processo che si sta celebrando a Verona. A Verona la Montecatini, che è maggiore imputato, ha mandato schiere di tecnici e di stenodattilografe. «L’Unità» manda solo il più sprovveduto fra i suoi cronisti, un povero ragazzetto che non ha mai visto una miniera nemmeno al cinematografo, e confonde il grisou col pibigas.
Per la Montecatini la posta in gioco è grossa: una condanna ai suoi funzionari, una condanna a Rostan, a Padroni, a Marcon, a Baseggio, sarebbe implicita condanna anche ai metodi di conduzione della miniera di Ribolla. La Montecatini quindi spende, per stornare dal suo capo la condanna, quanto sarebbe bastato, allora ad ammodernare la miniera, a installarvi un sistema di ventilazione sufficiente, ad evitare, insomma, il delittuoso disastro di quattro anni e mezzo or sono.
«L’Unità» non sa spendere una parola di biasimo e di condanna. Il Partito Comunista ha ben altro da fare: sta attento alle fumate di Piazza San Pietro; manda i suoi deputati a Montecitorio – l’unico posto che per loro conti – a scambiare battute di spirito con gli uomini di governo; fa le capriole sul premio Nobel a Pasternak.
Quattro anni e mezzo or sono quarantatré minatori (erano quasi tutti comunisti) morirono, nella più tragica sciagura della storia mineraria italiana. Non fu una sciagura casuale: la responsabilità di chi conduceva la miniera è ampiamente dimostrata. Ventilazione insufficiente, contraria alle regole della polizia mineraria; lavorazione a fondo cieco e franamento del tetto, sconsigliata da tutte le autorità competenti in materia, in ogni caso e soprattutto per Ribolla; inversione del giro d’aria, ed interruzione di esso per ben tre giorni, ciò che il regolamento di polizia mineraria vieta espressamente; contatto diretto fra l’aria di afflusso e quella di riflusso, che è la condizione ideale per provocare il propagarsi delle deflagrazioni di grisou.
Son passati quattro anni e mezzo: ci son state due campagne elettorali almeno, e mai una volta si è udita una parola di condanna contro questo palese delitto. Non solo.
Oggi a Verona non c’è nessuno che rappresenti loro, i morti.
In termini giuridici: non esiste parte civile. In quattro anni e mezzo la Montecatini ha avuto il tempo di tacitare quarantatré famiglie, una dopo l’altra: una sovvenzione, la promessa di un posto al figlio disoccupato, una misera pensioncina, il gioco è fatto.

Quarantatré famiglie sono rimaste sole, inermi, di fronte al gigante, al monopolio milanese. Chi le ha sorrette? Chi si è schierato dalla loro parte, perché resistessero, prima al dolore, poi all’adescamento padronale? Nessuno. I burocrati del partito e dei sindacati devono aver fatto un conto più turpe di quello che ha fatto la Montecatini: hanno calcolato che non valeva la pena di rischiare fondi, tempo, attività, per sostenere la madre di Calabrò, il figlio di Femia, la moglie di Ferioli, tutti i parenti dei quarantatré morti di Ribolla. Non valeva la pena: una simile azione non poteva rendere molto, tradotta in voti. Ed hanno lasciato correre. Tradiscono la memoria di quarantatré uomini, lavoratori, compagni. Tradiscono la dignità umana di quelli che sono restati. A Verona, sul banco degli accusati, c’è un posto simbolico anche per loro. 

M. Biancavilla 

Documento fornito da Alessandro Pellegatta.

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